30 Ott Un ricordo del mio Maestro, Gérard de Vaucouleurs
di Massimo Capaccioli*
La casa del professor Gérard de Vaucouleurs, ad Austin, Texas, è una costruzione bassa, a un solo piano, immersa nel verde. Sul retro si apre un ampio prato che digrada dolcemente verso un piccolo creek. «Lì vive un armadillo», mi dice, indicandolo con un sorriso. «È una creatura timida, non si fa quasi mai vedere … diversamente da alcuni colleghi – e tu sai quali – che amano pavoneggiarsi». Non è la mia prima volta a casa sua. Assieme a due colleghi del Dipartimento, sono stato invitato per celebrare il mio arrivo a Austin come visiting professor. Una grande esperienza per me, ma anche l’occasione per chiudere un articolo cui abbiamo lavorato per quasi 3 anni.
De Vaucouleurs passeggia con passo sicuro nel prato accuratamente tosato. Come sempre, mi colpisce il suo abbigliamento. Per metà sembra un texano doc, cintura di cuoio spesso con una fibbia sproporzionata e un poco kitsch, e un bolo tie che sigilla il collo della camicia – un tipo di cravatta costruita da un pezzo di cuoio intrecciato con due puntali di metallo decorativi e un fermaglio ornamentale di manifattura pellerossa. Per l’altra metà porta una camicia elegante, pantaloni da gagà parigino e scarpine in tinta: ho saputo dalla moglie che le compera in Francia, da anni nello stesso magasin e in gran numero in modo da averne sempre a sufficienza. L’effetto è curioso, quasi surreale, e lui stesso se ne accorge: sorride appena, come a dire che l’equilibrio tra mondo locale e cosmopolita è parte integrante del suo carattere. Quando esce di casa, indossa un imponente cappello Stetson a tesa larga di colore marrone chiaro, quasi fosse una corona. Cammina sollevandosi sulle punte a ogni passo, e questo gli conferisce una levità che compensa la sua bassa statura.
Gérard de Vaucouleurs (sinistra), l’autore (davanti) e gli altri due ospiti, sotto il patio della casa di de Vaucoulurs ad Austin, Texas.
Gérard è fiero della sua casa, come lo sono coloro che hanno conquistato l’agiatezza dopo una lunga salita. È nato in una famiglia borghese: suo padre, Joseph Oriano (Goldstein), era un piccolo industriale di origine ebraica nato a Bucarest; sua madre, Raymonde Laure de Vaucouleurs, una pittrice. Dopo la nascita della secondogenita, Lorette, i genitori si separarono e Gérard crebbe a Parigi con la madre, figura centrale della sua giovinezza, alla quale farà spesso riferimento nei suoi ricordi, mentre del padre non parlerà quasi mai.
Dopo la laurea alla Sorbonne, si trovò a vivere l’occupazione nazista della Francia, in un periodo in cui avere anche un solo genitore ebreo comportava gravi rischi. Astrofilo da sempre, dopo la caduta della Francia nel giugno 1940 si rifugiò nella zona non occupata, continuando a studiare in condizioni estremamente difficili. Lavorò come ricercatore indipendente presso il piccolo osservatorio privato dell’ingegner Julien Péridier a Le Houga, nel dipartimento del Gers (ex Guascogna, attuale Occitania), dove condusse osservazioni sui pianeti, uno dei tanti interessi che lo accompagneranno per tutta la vita scientifica. Aveva a disposizione un doppio rifrattore minuscolo, di soli 20 cm di apertura, ma la sua passione compensava ogni limite strumentale.
Con una Francia lasciata in ginocchio dalla guerra, per proseguire le sue ricerche fu costretto a trasferirsi in Inghilterra, associandosi all’Università di Manchester. Grazie a un inglese impeccabile – a parte un singolarissimo accento francese che non perderà mai – si guadagnava da vivere partecipando in qualità di consulente scientifico a programmi di divulgazione astronomica della BBC.
Da lì il destino lo portò lontano, fino al Mount Stromlo Observatory, immerso nel deserto australiano: un paesaggio di terra rossa, cielo immenso e silenzio assoluto, così distante dai boulevard affollati e luminosi della sua Parigi, dalle caffetterie e dal brusio costante della vita cittadina. Qui trascorse sei anni, scandendo le giornate tra il calore secco del sole e le notti limpide, distinguendosi come uno degli astronomi più brillanti e tenaci della sua generazione.
I talenti come il suo non sfuggivano agli americani, sempre attenti a scoprire buoni elementi da arruolare per migliorare lo standard della ricerca nel Grande Paese: un talent scouting visionario che, associato a un ricco budget, ha enormemente contribuito a costruire il primato degli Stati Uniti in ogni campo delle scienze. Fu così che gli offrirono un posto all’Osservatorio Lowell di Flagstaff, in Arizona, celebre per l’ossessiva caccia ai Marziani del suo fondatore, Percival Lowell, la scoperta del redshift delle galassie da parte di Vesto Slipher e dell’esistenza di una pianeta che navigava nell’estrema periferia del Sistema Solare, Plutone.
Dopo un paio d’anni si trasferì all’Harvard College Observatory, a Cambridge nel Massachusetts, altra istituzione di prestigio internazionale, fino a quando l’Università del Texas ad Austin — allora affiliata a quella ben più rinomata di Chicago — lo chiamò sulla cattedra di astronomia, che avrebbe mantenuto fino alla pensione, consolidando la sua fama di scienziato cosmopolita, curioso e instancabile. Fu una scelta azzeccata. Se Austin gli diede gli strumenti e i mezzi per diventare una star della ricerca, con il suo lavoro de Vaucouleurs contribuì a rendere la capitale del Texas uno dei punti di riferimento della moderna astronomia.
Il pomeriggio sta ormai avanzando. La luce filtrata dagli alberi disegna ombre lunghe e tremolanti sul prato, facendo risaltare il rosso intenso della carrozzeria della Ford Galaxie rossa, con un improbabile tettuccio bianco, parcheggiata sul vialetto di fianco alla casa. Gérard è particolarmente fiero di possedere quel macchinone con un motore Y8 di 4,5 litri, che somiglia a un’astronave di Star Trek: quando vi sale, piccolo com’è, sembra quasi sparire all’interno di quel guscio scintillante, sfilato e supermolleggiato. Eppure, nonostante l’aspetto imponente della vettura, il giardino rimane un luogo di silenzio e di pace. Le ombre dei pochi alberi ondeggiano lievi sul prato, il creek scorre placido poco distante, e tutto sembra sospeso in un equilibrio perfetto. È lo stesso contrasto che si ritrova in Gérard: uomo di grande forza di carattere e determinazione, capace di precisione quasi maniacale, e al tempo stesso profondamente legato a gesti semplici, alla cura dei dettagli, al rispetto di ciò che è piccolo e quotidiano. La Ford rossa, con la sua imponenza, diventa così una sorta di monumento alla sua passione per la perfezione e alla sua gioia di vivere, senza mai turbare la calma e la dolcezza del luogo.
Mi sento un privilegiato ad essere qui, non come un semplice ospite ma come un giovane collega. È in istanti come questo che comprendo appieno, sulla mia pelle, il significato delle parole di Dante (Inf, IV, 102): “sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.” In realtà, ero solo quarto.
Ci accomodiamo nelle poltroncine di vimini poste sotto il patio, desiderosi di cogliere un refolo di vento che allievi la calura. Poco dopo compare quasi dal nulla Antoinette, sua moglie: una donnina minuta, con capelli biondi arrotolati ai bordi e un sorriso dolce che illumina il suo volto mediterraneo. Porta un vassoio con tartine burro e acciughe (lei sa che le adoro e le piace viziarmi per poi rimproverarmi per le mie cattive abitudini alimentari) e un cestino di formaggini La Vache qui rit: piccoli quadratini avvolti in carte colorate, con quella buffa mucca che sghignazza mostrando orecchini fatti delle stesse scatoline del formaggio — un gioco di riflessi all’infinito. «Un piccolo ricordo di casa», dice con tono cantilenante, dondolando appena la testa quasi ad approvare lei stessa la scelta, e li sistema con cura sul tavolo.
Gérard è un padrone di casa perfetto; stappa una bottiglia di vino francese e versa cinque bicchieri con gesti lenti e misurati. La precisione, del resto, è la sua cifra. È altrettanto scrupoloso quando scrive: prende un foglio bianco, lo accarezza con il dorso della mano quasi a volerlo stendere meglio di quanto non sia, svita la sua mitica stilografica Pelikan verde e inizia a scrivere con una calligrafia minuta, ordinata e leggibilissima. Raramente si pente; quando lo fa, traccia un rigo diritto sul testo e riscrive sopra, senza esitazioni. Conservo ancora alcuni dei suoi manoscritti, che per me sono altrettante reliquie, testimoni preziosi della sua cura, del suo rigore e della sua eleganza nello scrivere. E anche memorie di quando ero nettamente più giovane e scanzonato.
Dopo aver bevuto, sistemati sulle poltroncine di vimini che arredano il patio, ci spostiamo tutti insieme all’interno. Il living è ampio e luminoso, con grandi vetrate sul prato. Accanto c’è lo studio, pieno zeppo di libri: scaffali fino al soffitto e pile di riviste sul pavimento. In un angolo, un tronco d’albero pietrificato attira il mio sguardo. Gérard mi racconta, con un sorriso mezzo imbarazzato: «L’ho raccolto… ehm… sans autorisation nella Foresta Pietrificata quando Antoinette ed io l’abbiamo traversata in auto per raggiungere l’Arizona subito dopo il nostro sbarco a Los Angeles. Volevo ricordarmi quanto la storia della Terra e quella dell’universo siano connesse. Ora non lo rifarei, mais bon, maintenant qu’il est là, alors… ». Ciò detto piroettò su se stesso quasi come un ballerino, cambiando discorso. Forse l’idea del furto continuava a turbare la sua anima rigorosa. Io mi aggiravo nella stanza, attratto dagli innumerevoli oggetti depositati qua e là. Targhe, attestati, souvenir.
Lo guardo e, con un sorriso, gli dico: «Ne hai girato di mondo e conosciute di persone». Gérard ricambia il sorriso — un sorriso che sprizza intelligenza e una certa astuzia, e che, a dire il vero, incute anche un po’ di soggezione. Avevi sempre la sensazione che ti leggesse dentro e che, in silenzio, ti giudicasse. Poi risponde piano, quasi distratto: «Sì… ma alcune persone rimangono più vive nella memoria di altre».
«Chi, per esempio, se posso chiedertelo?» Lui posa il bicchiere e guarda verso il prato, dove la luce ormai si fa dorata. «Alcuni astronomi, come Walter Baade, un osservatore eccezionale», dice dopo un attimo, «ma soprattutto gente comune. Come il padre di Antoinette. Un uomo tutto d’un pezzo. Era emigrato a Marsiglia dall’Italia in cerca di lavoro. Con l’ingegno e con l’impegno riuscì a costruirsi una piccola fortuna. La sua parola valeva quanto un contratto firmato davanti a un notaio, e la sua ira, quando qualcuno si comportava male, era come una tempesta nell’Oceano. Un vero uomo, con la U maiuscola. Come oggi se ne vedono pochi, ahimé, nelle università e negli osservatori.»
«E Hubble?» chiedo, incuriosito. Gérard alza le sopracciglia, come se stesse cercando nella memoria un volto lontano. Poi sorride appena, ma è un sorriso sottile, privo di nostalgia. «Hubble?» ripete, scandendo il nome con un accento quasi ironico. «L’ho conosciuto poco. Io ero di là dal mondo, in Australia, e lui regnava su Mount Wilson e Hollywood pretendendo di avere scoperto come va il mondo. Ma da quel che ho potuto vedere… era un uomo difficile. Brillante, sì, e anche geniale ma anche terribilmente egocentrico. Un narcisista molto abile nel promuovere la propria immagine. Aveva il dono di far credere che ogni scoperta fosse soltanto sua.»
«Il suo allievo, Allan Sandage, è persino peggio», continua Gérard, scuotendo leggermente la testa. «Non ci crederai, ma ieri ho ricevuto una sua lettera in cui contestava i miei risultati sulla scala delle distanze cosmiche. I suoi argomenti scientifici erano deboli, ma ciò che mi ha davvero lasciato basito è stata la dichiarazione che Allan va a messa tutte le mattine per pregare Iddio affinché io mi redima e trovi la via giusta della verità! Ma tu capisci?» E così dicendo solleva entrambe le braccia e le lascia cadere coi palmi aperti sulle ginocchia in un gesto di disperazione che sembra voler inglobare tutto il peso della sua incredulità. «Allan crede davvero che la verità scientifica esista e che il Signore possa aiutarti a trovarla», aggiunge, scuotendo ancora la testa.
Dopo una pausa, poi con un lampo d’ironia negli occhi aggiunge: «Hubble? Un po’ come certi re che amano farsi ritrarre in ogni battaglia, anche quando non hanno mai impugnato una spada.» Io colgo l’occasione della citazione per piazzare una richiesta che da tempo mi girava per la mente. «Potrei vedere la tua collezione di libri su Napoleone?» Conoscevo bene la sua passione per l’Imperatore. Una volta avevo scherzato chiedendogli se sapesse chi fosse stato l’ultimo italiano a conquistare la Francia. Mentre interdetto cercava una risposta, lo avevo anticipato, credendo di essere spiritoso: «Ma Napoleone, naturalmente! Era di famiglia toscana.» Lo scherzo non gli era piaciuto per nulla. Per lui Napoleone era intoccabile, un faro. Mi aveva guardato con uno sguardo tagliente e aveva risposto con tono fermo, quasi solenne: «Vedi, Massimo, Napoleone è stato un grande. Ha rifondato la Francia dopo il caos della Rivoluzione, ha dato al Paese un codice civile che ancora oggi porta il suo nome, ha modernizzato l’amministrazione, la scuola, la scienza. Ha promosso gli studi tecnici, fondato l’École Polytechnique, sostenuto i matematici e gli astronomi, organizzato la spedizione d’Egitto con un esercito di studiosi. Tutto ciò che ha fatto — nel bene e nel male — l’ha fatto con in mente la grandezza della patria, dell’uomo e della ragione.» Avevo chinato il capo vergognandomi un po’ per aver ferito i sentimenti di colui che adesso era il mio maestro. Nella mia mente serbai la replica che non ebbi il coraggio di dire: «Sì, ma le sue guerre hanno causato la morte di sei milioni di persone, tra soldati e civili. Un prezzo troppo alto, a mio avviso, per giustificare la grandezza dell’uomo e delle sue opere.»
Per assecondare il mio desiderio, mi porta in un angolo del soggiorno, verso quella che chiama con orgoglio la sua biblioteca napoleonica: una decina di scaffali colmi di volumi, in francese, in inglese e anche in italiano. Tutti dall’aspetto un po’ stropicciato, con le coste piegate e le pagine sottolineate: segno inequivocabile che erano stati letti, studiati, amati. Ogni libro sembra raccontare un pezzo della sua lunga devozione all’Imperatore.
È venuto il momento di parlare di astronomia, la scienza che ci accomuna. Non del lavoro di tutti i giorni, ma dei massimi sistemi: quella sorta di filosofia che rende digeribile allo scienziato il duro faticare quotidiano su dati e formule. Tenendo in mano il bicchiere che egli si è nuovamente riempito, Gérard inizia a parlare dell’universo. «L’universo è grande, immensamente grande», dice, scivolando ogni tanto in qualche parola francese: “immense… vraiment immense”. Ogni galassia contiene miliardi di stelle, e ci sono miliardi di galassie. Ciò che osserviamo è solo una parte, e oltre il nostro orizzonte potrebbe esserci molto altro».
Gli chiedo delle distanze cosmiche, che è il suo pallino in questi giorni; l’argomento del contendere tra lui e i suoi avversari californiani. «Sapere quanto è lontana una galassia è la base di tutto», spiega. «Se non conosci la distanza, non puoi interpretare luminosità, massa o dimensioni. Ho dedicato anni a costruire scale di distanza affidabili: galassie a spirale, curve di rotazione, diametri apparenti, stelle variabili. Solo combinando più metodi ottieni risultati coerenti».
Poi ricorda il soggiorno in Australia, all’Osservatorio di Stromlo. «Le notti lì sono incredibili», dice, con un sorriso nostalgico. «Il cielo è pulito, senza inquinamento luminoso. Ricordo la prima volta che ho visto le Nubi di Magellano: due macchie luminose e diffuse, vicine, sospese nel cielo australe. Sembravano ammassi stellari, ma osservandone la struttura e la distribuzione della luce mi resi conto che erano galassie vere e proprie, caratterizzate da una imponente barra centrale».
Si sofferma sulle galassie barrate: «Le barre non sono visibili a occhio nudo ma spiccano chiare nelle fotografie e nelle misure di luminosità. Una galassia barrata ha un nucleo allungato e due bracci a spirale che si dipartono dalla barra. La barra influenza la dinamica delle stelle, il flusso di gas e la formazione stellare. Capire questa struttura è fondamentale per studiare l’evoluzione di galassie simili nel cosmo più ampio».
Tra noi passa, come una bionda nuvola, Antoinette che porta un vassoio di tartine da offrire agli ospiti. «Ti ricordi, Antoinette, la bellezza del deserto?» chiede Gérard. «Bien sûr, mon cher, tanta polvere e brutti insetti…» risponde lei ridendo, contenta di aver ribattuto al marito, che per altro adora, e se ne va tra il profumo del burro e il tintinnio dei piattini.
Il contrasto tra la vastità e la precisione dell’universo, che Gérard descrive con occhi sognanti, e la leggerezza del piccolo teatro domestico creato dalla moglie rende tutto più umano. La scienza e la vita quotidiana si intrecciano, e io mi sorprendo a sorridere, mentre il racconto delle galassie barrate continua, e le tartine rimangono sospese tra noi, simbolo di una realtà tangibile che accompagna l’immensità del cielo.
Poi, quasi ridendo, gli chiedo: «Ma come hai fatto a scoprire la legge che porta il tuo nome, quella che descrive l’andamento radiale della luminosità di superficie delle galassie?» Gérard fa un gesto semplice e istintivo: si tocca il naso. Poi sorride: «Fiuto. Bisogna avere fiuto. Nella vita, come dicevano gli antichi romani, servono virtù e fortuna. La fortuna ti mette davanti agli occhi certe opportunità, se ha voglia di farlo, ma sta a te avere la virtù di riconoscerle e di farne buon uso. Nulla è frutto solo della fortuna, e altrettanto poco si può ottenere con la sola virtù», dice. Non aggiunge altro, ma l’aria è piena di quella sicurezza calma che deriva da anni di osservazioni, calcoli e intuizioni. Si sofferma poi sulla distribuzione delle galassie nell’universo: «Non sono sparse a caso», spiega. «Formano gruppi, ammassi, superammassi. Ci sono concentrazioni e vuoti enormi. È una struttura gerarchica: ogni livello racconta qualcosa della formazione e dell’evoluzione cosmica».
Il discorso tocca le dispute scientifiche. «Allan Sandage e il suo elegante ‘avvocato’ Gustav Tammann, che tu conosci bene – mi dice puntando un dito verso di me quasi fosse una colpa essere in buoni rapporti col bravissimo astronomo di Basilea – vedevano un universo più piccolo e più giovane», racconta, con tono un po’ eccitato. «Io, osservando galassie lontane e le loro velocità, notavo che le distanze dovevano essere maggiori e l’universo più antico. Ci siamo confrontati per anni, discutendo curve di luce, scale di calibrazione, coefficienti di assorbimento. Ogni misura nuova obbligava a rivedere ipotesi consolidate». «Siamo scienziati in guerra e… à la guerre comme à la guerre», aggiunge, simulando una stoccata di fioretto, come a voler rendere più leggera una realtà dura.
Sorride, sorseggiando il vino. «L’espansione è chiara: ogni galassia sembra allontanarsi da noi, ma lo spazio stesso cresce. Non c’è un centro privilegiato. È come un pane che lievita: ogni uvetta vede le altre allontanarsi». Il creek scorre sommesso, accompagnando le parole. «Il cosmo non è uniforme», prosegue. «Analizzando grandi campioni vediamo filamenti, vuoti enormi, strutture gerarchiche. Questo ci racconta la storia della materia e della gravità e permette di capire l’evoluzione dalle fasi iniziali fino ad oggi».
Gli chiedo dell’inizio e del futuro dell’universo. «Il Big Bang non è un’esplosione in un punto», spiega. «È l’espansione dello spazio stesso. Il redshift delle galassie ci racconta questa dinamica. Quanto al futuro, dipende dalla densità media della materia e dell’energia. Potrebbe continuare ad espandersi per sempre, o rallentare se la gravità fosse dominante».
Guarda il tronco pietrificato, il prato e l’armadillo nascosto tra l’erba, e conclude: «Studiare le dimensioni del cosmo non significa trovare un numero definitivo. Significa capire le leggi che lo governano, la struttura su grande scala e il nostro posto in questo scenario enorme. Ogni galassia, ogni ammasso, ogni superammasso ci racconta una parte della storia».
Antoinette, piccola e perennemente sorridente, passa con un sorriso e offre un’altra tartina. Gérard ne prende una, tornando alla leggerezza del quotidiano: «Anche nella scienza, qualche piacere semplice aiuta a mantenere lucidità». Beviamo in silenzio, guardando il sole calare dietro gli alberi, mentre l’universo immenso sembra scorrere lento, come il creek ai confini del prato.
*Professore Emerito di Astrofisica Università Federico II
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