26 Set La necessità di Cure Palliative per morire in dignità
di Immacolata Capasso*

Le cure palliative, secondo l’OMS, sono l’insieme di interventi diagnostici, terapeutici e assistenziali (rivolti sia alla persona malata che alla famiglia), avviati quando le terapie non danno più risposte favorevoli in pazienti inguaribili e mirano al controllo dei sintomi e del dolore mediante cure proporzionate e personalizzate, nel rispetto della dignità e della volontà del paziente. Il termine deriva dal latino “pallium” che significa mantello, in quanto esse avvolgono come una cappa la persona malata affrancandolo dalla sofferenza fisica e sostenendola emotivamente nell’accettazione dell’imminente fine della propria esistenza. In Italia, la prima norma riferita alle cure palliative è la Legge 39 del 26 febbraio 1999, che ha previsto un programma nazionale per la creazione di strutture residenziali (Hospice) in tutte le regioni italiane. Successivamente, la Legge 38 del 2010 ha definito che le cure palliative rappresentano un diritto inviolabile di ogni cittadino e sancisce che la sofferenza è una dimensione che va affrontata con serietà e sistematicità ed in ogni setting assistenziale. Purtroppo, sono ormai passati quindici anni dall’emanazione di questa legge e la stessa non è stata ancora resa operativa su tutto il Territorio Nazionale. E’ un’esigenza certamente non più rinviabile alla luce dei recenti fatti di cronaca sulle richieste di suicidio assistito. Urge, pertanto, organizzare strutturalmente e rendere fruibili tali cure sia in ambito ospedaliero che territoriale e domiciliare, per evitare che si continui a morire in strutture dove non è possibile alcuna relazione di aiuto che possa garantire la “care”, cioè il prendersi cura della persona e non solo la fredda assistenza, senza nemmeno fermarsi accanto al letto del moribondo che spesso è lasciato a morire in una solitudine “disumana”, magari dietro un separè e senza “la dignità del morire”, diritto inalienabile per ogni essere umano, troppe volte calpestato in questa Società dove, purtroppo, vige la cultura dello “scarto”. Al contrario, nell’ultima fase, affannosa e dolorosa, del suo percorso di vita, l’ammalato deve essere seguito anche dal punto di vista umano oltre che medico-assistenziale, insieme ai familiari che rivestono un ruolo essenziale ed ineludibile di “caregiver” con un supporto psicologico e spirituale che non deve essere necessariamente religioso e con un approccio “amorevole” da parte di uno staff medico e infermieristico dedicato e della vicinanza dei propri cari. La decisione di ricorrere alle cure palliative rappresenta, quindi, un atto d’amore e di rispetto della dignità individuale, aiutando il paziente terminale ad affrontare con maggiore consapevolezza e pienezza la parte finale della vita. E’ necessario, quindi, creare le condizioni strutturali e organizzative perché ciò possa avvenire, grazie al potenziamento ed all’attivazione dei Centri per le Cure Palliative. Diversi Studi hanno dimostrato, infatti, che molte richieste di pratiche eutanasiache per le sofferenze indicibili, sono poi state ritirate dopo la somministrazione di cure palliative che hanno eliminato o reso tollerabile il dolore. Queste ultime, quindi, non devono essere intese come presidi terapeutici che aiutino a morire, ma come un valido supporto che aiuti a gestire i sintomi incontrollabili, fisici e psichici (quali il dolore intrattabile, la dispnea, l’agitazione psicomotoria), con protocolli specifici da parte di medici specialisti del Settore, che possano somministrare e monitorare farmaci fino alla sedazione profonda che si può protrarre sino alla morte. In questi casi, si può parlare di “accompagnamento alla morte” e non di eutanasia, il cui scopo, invece, è “provocare la morte”. Tale differenza deve essere ben compresa da noi medici che, secondo l’articolo 17 del Codice Deontologico e il Giuramento di Ippocrate, mai dovremmo, “anche su richiesta del paziente, effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. Noi medici siamo chiamati a dare vita, non a sopprimerla, perché la vita è un bene indisponibile ed è nostro compito, negli ultimi giorni dell’esistenza terrena di una persona, evitargli le sofferenze e il distress psicologico mediante la somministrazione di cure palliative che costituiscono un vero e proprio “atto terapeutico”, in un percorso di cura che preveda l’ars moriendi insieme all’ars curandi. Tenendo conto, cioè, della com-passione e rifuggendo dai meri e rigidi calcoli economici aziendali per attenersi a regole etiche e morali come più volte espresso dal Comitato Nazionale per la Bioetica perché, negli ultimi giorni di vita, l’ammalato invece di essere abbandonato a se stesso va seguito ancora di più, in quanto rimane persona vivente fino alla morte anche se con richieste ed esigenze diverse dal punto di vista umano, sociale ed emozionale. Si evince, quindi, l’indifferibilità e l’ineludibilità di una completa ed immediata applicazione della Legge 38/2010, non solo su scala nazionale ma soprattutto nella Regione Campania, dove va implementato sul Territorio il numero di Hospice, che attualmente sono solo nove. La piena applicazione di tale Legge rappresenterebbe un “atto di civiltà” e la Politica e le Istituzioni sono chiamate a dare risposte concrete per assistere ed accompagnare ogni cittadino nel momento finale della propria vita attraverso un percorso scientifico che allevi il dolore fisico e garantisca la dignità del morire, in modo sereno e naturale, perché le cure palliative, che rispettano la vita, non vogliono ritardare nè anticipare la morte naturale della persona in quanto “la loro convivenza con pratiche eutanasiache non è nemmeno ipotizzabile”, come ha ribadito l’European Association for Palliative Care.
- Componente Commissione Consulta Deontologica e Bioetica Ordine dei Medici di Napoli
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