Il Grande Teatro di Teano dei Sidicini

Il Grande Teatro di Teano dei Sidicini

Il grande Teatro di Teano dei Sidicini

 

di Jolanda Capriglione*

 

 

 

 

 

 

 

 

Una stradina quasi nascosta ci porta nel grande teatro di Teano dei Sidicini, la bella città ai piedi del vulcano di Roccamonfina che da alcuni millenni vede storie e civiltà alternarsi sul proprio territorio.

Nato in età repubblicana, il teatro ha attraversato tutte le fasi del gusto architettonico e decorativo dell’impero, dall’amore per le decorazioni scultoree del periodo augusteo ai fasti un po’ decadenti dell’età dei Severi.

Questo teatro è diventato nei secoli magazzino di lusso per chi cercava marmi e pietre, almeno fino al secolo VIII, sorte comune a molti monumenti classici. Il teatro fu anche luogo di culto cristiano perché proprio qui fu eretta una chiesina, non a caso, vista la collocazione strategica del sito fra la Via Appia, la Via Latina e la Casilina, cioè i tre grandi assi portanti dei viaggi e dei traffici verso la Magna Grecia, da sempre ponte verso quella che oggi chiamiamo la ‘sponda sud’ del Mediterraneo. Non è un caso neppure il fatto che il Duomo di Teano possa vantare colonne, statue, lastre, epigrafi, capitelli romani come parte integrante della propria struttura architettonica, al pari di non pochi altri edifici, privati e di culto, teanesi.

I reperti ci raccontano la storia di un popolo, quello Sidicino, irrequieto e intraprendente, tanto attivo sui mercati dell’impero da essere in grado di arrivare fino al porto franco di Delo, e non solo, con i suoi manufatti in ceramica: i Sidicini sapevano ‘campare’, come si suol dire.

Francesco Sirano, autore di un attento libro proprio sul  Teatro di Teanum Sidicinum (Lavieri ed. 2011),  ricorda che “l’importanza e la secolare vitalità economica dell’area, ancora sino a tutto il V sec. d. C., si deduce non solo dai fastosi edifici pubblici e privati costruiti tra il II e il III secolo, ma anche dall’attenzione tributata a questo territorio dagli imperatori e dai governanti concretizzatasi … nel rinnovamento del teatro …” (p. 11) che, peraltro, era collocato al centro della città antica, da vero protagonista della vita pubblica. E’ bene ricordare che ci troviamo a poca distanza dalla potente Cales e dall’altrettanto importante Sessa Aurunca, in un’area fortunata per la feracità del suolo, la ricchezza di acque, di boschi e di legname essenziale per i carri da trasporto, le navi, le strutture portanti d’ogni genere.

Le alterne vicende di questo teatro, spoliato, depredato, ma non distrutto, sono documentate anche dalla persistenza nelle carte e nei repertori, nelle piante ufficiali, come quella del Pacichelli del 1703, anche se i primi scavi sistematici iniziarono negli anni Sessanta del secolo scorso grazie a Johannowsky e proseguirono poi negli anni Ottanta con Luisa Melillo (alla quale davvero molto deve l’archeologia casertana).

Oggi, grazie alla forte spinta propulsiva data negli scorsi decenni da Stefano de Caro, Francesco Sirano e Antonio Salerno, siamo in una fase molto avanzata della ricerca e Teanum sembra ‘incontenibile’ perché continua a offrirci documenti, reperti, storie che fanno di questo sito un ‘locus’ in ogni senso ‘amoenus’. Comunque, un luogo da visitare: alcuni reperti conservati nel bellissimo museo sono davvero spettacolari. Vedere per credere!

 

* Presidente del Club per l’Unesco. Caserta

 

 

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