Cefalonia, verdemare

Cefalonia, verdemare

Note di Viaggio

 

Cefalonia, verdemare

 

di Jolanda Capriglione

 

 

 

 

 

 

 

Il mare qui promana profumo di basilico e timo.

Qualcuno dovrebbe dirgli che non è un orto, pur se non credo che si convincerebbe.

Un viaggio in Grecia è sempre una gran fortuna, quale che sia la meta che si sceglie. Una solare isoletta egea (Sporadi, Cicladi …), una nordica città di Tessaglia o Tracia, l’antica Abdera, per esempio, dove Democrito e Protagora diedero vita a saperi pur oggi necessari, o ad Ovest, Delfi la magica dove anche l’aria ancora attende il ritorno di Apollo.

C’è poi un luogo speciale per noi italiani: le magnifiche isole dello Jonio, da Corfù a Zacinto a Cefalonia a Itaca, tutte parti integranti della nostra educazione culturale fin da bambini, per Ulisse che torna a casa da Penelope a Foscolo che ricorda l’isola che gli diede i natali, a Corfù dove nacque la prima Università greca nell’Ottocento e la prima grande biblioteca, bruciata (orrore!) durante l’ultima guerra.

Cefalonia è grande, non hai neppure l’impressione di essere su un’isola perché il mare è “protetto” da un’alta montagna che d’inverno si copre di neve.

Qui da millenni c’è sempre stato qualcuno a pescare, arare, tagliare alberi e costruire navi, raccogliere olive, fare olio forte e saporoso, buon vino, ma, soprattutto, credo, a godersi la straordinaria bellezza di questo luogo.

Il protettore dell’isola è San Gerasimos al quale i devoti hanno dedicato uno splendido complesso ecclesiale-monastico: la terra ballerina lo ha inghiottito in uno dei tanti terremoti che di tanto in tanto fanno tremare questa parte dello Jonio. Gli isolani lo hanno semplicemente clonato con le sue icone, i suoi affreschi e oggi il luogo è un’oasi di tranquillità e profumi di alberi e soprattutto fiori amorevolmente curati dalle pie donne.

Ma i girovaghi in genere amano il mare che qui conserva il colore dei racconti: verdeazzurro. Visto dall’alto di una delle colline sembra sospeso in uno specchio, mentre alzi gli occhi e credi di toccare Itaca la petrosa, tanto è vicina.

Lo storico ateniese Tucidide, grande padre della storiografia occidentale, nel V secolo a. C. la chiamò ‘Tetrapolis’ perché era composta di quattro (tetra) città-stato: Krani, Sami, Palli e Pronni. Le quattro città sono ancora lì con le loro innumerevoli storie da raccontare e reperti preziosi di età micenea e pre-micenea, ma non solo, ora raccolti nel Museo di Argostòli ospitato nell’imponente palazzo della biblioteca Korgialenios, ricca anch’essa di molte, belle icone bizantine. Non meno interessante è il Museo Navale A Fiskardo.

Isola di lingua e cultura greca, riuscì a resistere ai Macedoni, ma non ai Romani che la conquistarono nel 188-7 a. C.: sarebbe stato impossibile avere il controllo dello Jonio, porta dell’Adriatico, senza Cefalonia.

Qui arrivarono i Bizantini e poi Roberto il Guiscardo (che diede nome al suggestivo porticciolo di Fiskardo), fino agli Orsini che ne fecero un proprio feudo. Di mano in mano, i Turchi, alla fine del Quattrocento, finché non arrivarono i Veneziani che dal ‘500 in poi occuparono le isole per quasi 300 anni, facendone centri commerciali e culturali di grande importanza. Di tutte queste civiltà troviamo tracce nella lingua, nella tradizione, nella cucina, in un palazzo, in qualche giardino, come quello di Napier nel centro di Argostoli che prende nome dal colonnello inglese Robert Napier, lì residente in nome della corona britannica ai primi dell’Ottocento, durante una delle tante occupazioni. Il giardino era luogo di ritrovo, posto com’è al centro della città, finché non arrivarono i tedeschi durante la guerra che ne fecero scempio.

Ora, finalmente sembra ritornato agli antichi fasti e offre una piacevole sosta nella città assolata.

Cefalonia non è lontana: da Bari, basta una notte di piacevole traghetto.

 

*Presidente Unesco di Caserta

 

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