Per il bicentenario della nascita dell’Illustre scultore Onofrio Buccini

Per il bicentenario della nascita dell’Illustre scultore Onofrio Buccini

di Gianni Di Dio*

 

 

 

Raffaele Buccino, padre dello scultore Onofrio , da Portici dove nacque nel 1789 si spostò prima a Napoli per studiare veterinaria e poi si stabilì a Marcianise, città colonica, in dove abbonda di animali atti alla coltura dei fertili campi , per esercitare la sua professione .

Sposò Maddalena Amato di Capodrise (che morì il 14 aprile 1875), dalla quale ebbe cinque figli: Venera, Giacomo, Onofrio (nome per rinnovare un suo zio morto in battaglia), Teresa e Vincenzo, rimasto sventuratamente muto.

Onofrio nasce a Marcianise il 18 dicembre 1825, e qui ebbe come primo maestro Pasquale Letizia, un prete “stravagante”, come egli stesso lo definirà, che abitava poco distante da casa sua.

Fin da piccolo si fermava ad osservare i dipinti nella chiesa degli Alcantarini e in altri luoghi sacri della sua città; iniziò così a disegnare sulle pareti della sua casa santi così brutti e deformi da destare orrore, spavento e riso. Con i risparmi accumulati (dieci o dodici grana) privandosi di frutta ed altra cosa, acquistava dal sig. Nicola (un pittore che dipingeva oltre i santi per nicchie di strade, anche bussole stanze ed altro, e che dimorava nella Via Pagani), colori e pennelli di scarto con cui disegnava figure sacre come S. Giorgio, la Madonna della Libera, S. Dorotea, e Gesù Cristo. Ma per questi suoi disegni veniva sempre deriso e rimproverato dalla famiglia.

A un certo punto della sua Autobiografia (scritta di proprio pugno nel 1892), Buccini fa un brevissimo passaggio in riferimento alla posizione della sua abitazione di Marcianise dove, prima del matrimonio, viveva fin da poppante con tutta la famiglia; poche parole che però ci danno indizi per capire il luogo e l’edificio in cui lo scultore nacque e visse la sua giovinezza.

Parlando in terza persona, come fa fino alla fine del suo memoriale, nelle prime pagine di presentazione l’artista ci dà la seguente informazione: “La sua casa era poco discosta dal monistero degli Alcanterini, quasi di fronte alla lunga e retta strada che mena a S. Simeone”.

Il monastero degli Alcantarini, come sappiamo, è l’attuale convento di San Francesco (noto come San Pasquale), e l’unica casa nei suoi pressi che si trova quasi di fronte alla lunga e retta strada che mena a S. Simeone (cioè l’attuale via Quercia-via Novelli), è il palazzo che fa angolo con le attuali via Raffaele Musone e via Marconi.

Il padre aveva intenzione di affidarlo ai padri Alcanterini per farlo dedicare alla vita monastica, ma la sua volontà non si concretizzò perché, all’età di 45 anni, il 22 novembre 1834, morì in seguito a una malattia e fu sepolto proprio nella Chiesa degli Alcanterini.

Alla morte del padre, Onofrio, che aveva otto anni, fu trasferito a Caserta dallo zio Giuseppe, fratello del padre, e per gli insegnamenti fu affidato al sacerdote Gennaro Campanile.

La madre si risposò, e nei confronti di essa per tale motivo iniziò un odio da parte del figlio che cessò solo in seguito alle ammonizioni e alle parole del suo maestro.

Dopo due anni andò sotto la guida del maestro Agostino Evangelista, e qui incontrò il suo amico Vaccaro, tramite il quale conobbe il suo primo amore, Concetta Buonanni, povera ed orfana di due anni più giovane di lui, che abitava a Caserta in via San Carlo. Intanto per Onofrio si creò una condizione che lo portò ad abbandonare la scuola; iniziò così l’attività di calligrafo, viste la sue spiccate capacità in quest’arte.

All’età di circa 17 anni, nel 1842, grazie alla Beneficenza di Marcianise e dominato da ippocondria, si ritirò in Napoli dove fu ammesso nel Reale Istituto di Belle Arti, (Onofrio Buccini cambierà il suo cognome da Buccino a Buccini, probabilmente per motivi di cacofonia, come era di moda in quell’epoca.

Le frasi e le parole in in parentesi sono tratte dalla ”Autobiografia” che Onofrio Buccini iniziò a scrivere di proprio pugno a Napoli, il 25 ottobre 1892.

La notizia che il padre di Onofrio Buccini era veterinario, è tratta dalla suddetta “Autobiografia”. Nell’atto di nascita di Onofrio, il padre viene qualificato come contadino, in quello di matrimonio come maniscalco)                                                                                                               che allora era situato all’ultimo piano del Museo Archeologico, e andò ad abitare poco distante dalla scuola, nel Vico 7° Cielo, in casa della signora Rachele Conti.

A Napoli entrò nello studio del famoso scultore Antonio Calì (il quale usufruiva gratuitamente di un locale del Museo Reale), grazie all’impegno di Gabriele Rota, cognato del Calì. Quando iniziò ad avere i primi contatti diretti con lo scalpello sotto la guida del suo maestro, gli giunse la triste notizia del tradimento della sua amata Concetta, superba e volubile donna che neanche la sua riconquista a suon di pugni verso il suo pretendente, servì a trattenerla al suo fianco.

Buccini pensò di creare una sua prima importante opera in gesso, “La vergine degli afflitti”, da donare alla Beneficenza di Marcianise che gli versava l’assegno per la sua permanenza a Napoli, con la speranza che la sua pensione venisse da essa rinnovata. Ma ciò non sarebbe avvenuto senza l’intercessione del Re Ferdinando II, che dopo aver visto il lavoro del Buccini ed essersi prostrato davanti alla Vergine dell’artista marcianisano, il 26 marzo 1851 ordinò che all’alunno di scultura Sig. Onofrio Buccini di Marcianise si continui dalla Beneficenza di Marcianise il sussidio e che questo sia aumentato a Docati otto; in seguito fu il re stesso ad acquistare la scultura della Vergine per cinquecento ducati.

Onofrio, dopo quasi dieci anni, lasciò lo studio di Calì per andare in quello del Principe Leopoldo Conte di Siracusa, fratello del re Ferdinando II, che aveva nel suo palazzo alla Riviera di Chiaia a Napoli un grande spazio in cui ospitava diversi artisti a lavorare per le sue sculture.

Uno studio magnifico e fornito di tutto, scrive il Buccini, in cui lavoravano come modellatori dei suoi concetti lo scultore sig. Francesco Liberti, Pietro Masulli come fonditore, un ornatista (Ernesto Aveta) e un abbozzatore in marmo, Giuseppe Pirolli: fu proprio quest’ultimo a proporre Buccini al Principe per continuare un’opera in marmo che lui stesso aveva abbozzata. In questo studio lavorò ad una serie di sculture alla cui base veniva inciso il nome del Conte, e contemporaneamente eseguiva altri lavori a casa sua.

In quel periodo Buccini abitava in vico Castrucci ai Miracoli e aveva un piccolo studio alle spalle della chiesa di S. Carlo all’Arena.

A Napoli, in via Salvator Rosa risiedeva anche Pasquale Novelli (fratello del canonico di Marcianise Giovan Battista), il quale in seguito ad alcune controversie per l’acquisto di una scultura direttamente dal Buccini, fece arrestare quest’ultimo che fu tenuto chiuso per sette giorni in una caserma e liberato solo grazie all’intervento del Conte di Siracusa.

Nel 1859 il nostro artista si trasferì in Viale Calascione a Chiaia, ma in seguito alla fuga di Francesco I a Gaeta e ai risvolti politici che ne seguirono, la Beneficenza di Marcianise sospese il suo sostegno a Napoli, e rimasto senza lavoro si arruolò alla Guardia Nazionale della Iª Legione.

La sua notorietà gli procurò il contratto per il gruppo della “Sirena Partenope”: per eseguire il modello di questa scultura, il Municipio di Napoli gli accordò un locale alle ruine delle Fosse del Grano. Per avvicinarsi a questo suo nuovo laboratorio Buccini si trasferì con la residenza al Vico Tessitore ai Miracoli e poi al Vico Nettuno a Chiaia, ma dopo la parentesi della Sirena, per risparmiare soldi, si trasferì al Vico Avvocata a Foria dove visse un periodo di disagi economici in attesa di qualche nuovo incarico.

Fu in questo periodo che, naufragato momentaneamente il contratto per il monumento a Luigi Vanvitelli, ricevette incarico dal sindaco di Marcianise Nicola Gaglione, sia per lo stemma della città che per il Monumento della Carità.

Così il Buccini ricorda il suo approccio a quell’opera:

“Quando Onofrio ricevè l’incarico della Carità, giurò di far vantare la terra natia, e dimenticando lo stabilito, per l’amore e decoro dell’arte, e per acquistarsi fama e fame, progettava rappresentare una bella Madonna che vagheggiava addormentato fra le braccia un pargoletto, e di altro più adulto alla veste avviticchiato.

Plasmato tale concetto in bozzetto, e incominciandolo a riflettere s’avvide essere incorso nell’errore di antiche e moderni artisti.

I pittori e scultori hanno rappresentata la Carità con puttini e fanciulli, pare che in tal modo invece hanno raffigurato l’affetto o amor materno; quindi rammentandosi della Carità dello Schidone, credè cambiare il concetto, con rappresentare un(a) vaga e leggiadra donzella del popolo, non povera e ne ricca, poiché i ricchi rari son quelli che hanno sentimento e cuore di carità pel prossimo.

Essa non fa sfoggio di lusso, una fila di coralli gli cingono il collo, a cui è sospesa una crocetta come simbolo della religione. Tale figura è nell’atto che porge un tozzo di pane ad un vecchio, sorridente leggiermente perché fa un benefizio di cuore, poggiando la mano sul seno, guarda amorosa il povero, e gli dice, questo posso, te l’offro di cuore. Il vegliardo spossato di forze, abbattuto dagli anni, siede su di un sasso, avendo il bastone abbandonato fra le gambe, si fa puntello col sinistro braccio, e nel mentre che protende la mano destra per raccogliere il pane, guarda grato e riconoscente la sua benefattrice, e par le dica Iddio te lo renda”.

In seguito al modello in grande della Carità, arrivò anche il tanto atteso incarico da Caserta per il monumento a Vanvitelli (ostacolato segretamente dagli scultori Angelini e Solari), il cui contratto fu sottoscritto il 12 luglio 1872.

Sloggiato dalla Villa alle ruine delle Fosse del Grano in cui lavorava, si trasferì con lo studio in Via Atri e con l’abitazione alla strada Tribunali.

Il 1 gennaio del 1871 fu nominato socio onorario della “Casina Popolare” di Marcianise presieduta dal sig, Luigi Tartaglione e coadiuvato dai signori Adinolfi Pasquale e Onofrio Giovanni. In quell’occasione il Buccini donò a questa “società” i busti originali in gesso rappresentante Mario Pagano e Paisiello, eseguiti in marmo per conto di S. A. R. il Principe Umberto.

Il monumento alla Carità sarà terminato nel 1877, ma rimarrà coperto da teli per più di un anno in attesa della sua inaugurazione; un’inaugurazione osteggiata dalla Congrega di Carità (presieduta da Alessandro Novelli) e che non arriverà mai: a Buccini non sarà dato l’onore di scoprire il suo lavoro in pompa magna, infatti verso la fine di aprile del 1878 qualcuno, di nascosto, scoprì a notte avanzata il Monumento, lasciando l’autore pietrificato e dispiaciuto.

Nello stesso anno (il 5 agosto) un altro dispiacere lo assalirà: il suo mai dimenticato primo amore, Concetta Buonanni, sposò un vecchio avaro, brutto, soldato in congedo e impotente uomo (per l’amarezza, così lo definì il Buccini).

Il 2 ottobre 1879 sarà finalmente inaugurato il monumento a Vanvitelli, anche se verranno meno i lavori del monumento a Garibaldi per la città di Salerno, del Cimarosa per Aversa e di Ettore Fieramosca per Capua.

Nel suo memoriale, Buccini narra anche dell’incontro con la sua futura moglie: a una festa a casa dello scultore Francesco Liberti, rivide una ragazza, Giovannina di quindici anni, seconda figlia del sig. Raffaele Abbate, scultore in legno al Largo delle Pigne; e nonostante avesse ancora nel cuore la ingrata Concetta, gli promise sulla sua parola di onore domandarla al padre; infatti, dopo poco tempo la sposò.

Al 25 ottobre del 1892, all’età di 67 anni, Buccini aveva otto figli: Eduardo che si dedicò alla musica; Clorinda, Olimpia e Virginia (sposate); Umberto che si dedicò alla scultura; Emilia e Gemma (non ancora sposate); Attilio che frequentava ancora la scuola.

Onofrio Buccini morì a Napoli, dove fu sepolto, il 27 dicembre 1896.

  • Architetto .Critico d’Arte

 

 

Riferimenti bibliografici:

”Autobiografia”, manoscritto che Onofrio Buccini iniziò a scrivere a Napoli, il 25 ottobre 1892; Gianni Di Dio, “La casa di Onofrio Buccini”, in “Marcianise Digest, giornale di libera informazione”, dicembre 2020.

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