13 Ott L’incanto di Cipro, isola dell’Amore
di Jolanda Capriglione*

Bella. Bianca, splendente nella luce incomparabile del cuore profondo del Mediterraneo, Nicosìa, capitale di Cipro, ti abbaglia e ti rapisce. Cipro, la fascinosa Cipro è un universo, è un unicum dove si incontrano, si scontrano, si fondono e si confrontano tutte le culture del Mediterraneo in un continuum dialettico che proprio nella complessità trova la ragione della sua ricchissima identità. Vecchie strade, quasi vicoli, dove si affacciano case basse dalle porte ora verdoline ora azzurrastre, strade cariche di secoli mirano senza stupore, abituate da sempre al mutar dei tempi, palazzi moderni, alti, slanciati verso il cielo.
Poco più in là piccole botteghe guardano con timore ai nuovi brand venuti da lontano che cercano di assalire la città. Nicosìa è un intreccio di tanti percorsi iconici, ma continua ad essere se stessa: intrigante, cosmopolita, suggestiva. E Starbucks non riesce, ci prova, ma non riesce proprio a battere l’incanto del Bar Roma. Un posto incredibile e indescrivibile. E’ un bar dal cui tetto scende fin dentro, quasi a sfiorarti, una bougavillea bianca e fuxia. E’ un bar, ma soprattutto è una memoria potente, almeno per me: un bellissimo film di spie e amori perduti, o forse trovati, La taverna dei sette peccati, con la sublime Marlene (Dietrich) e l’ineguagliabile John (Wayne). Lei, ballerina in un baretto senza storia apparente, lui, spaccone e contrabbandiere di … di cosa? forse di halloumi, certamente di cuori. Fra di loro, minaccioso, il capo della polizia locale (forse questo è Casablanca?) che fa di tutto per far andar via lui, mentre lei si presenta all’alba per l’ultimo saluto con un vestito di raso bianco e un boa di struzzo al collo … Che spettacolo! Ecco, il Bar Roma mi dà quest’idea di storia, storie, del tutto possibile: intanto, è attaccato, letteralmente, al confine inventato dai Turchi e riconosciuto solo da loro nel mondo, quando 50 anni fa invasero l’isola occupando l’area Nord: già questa è una bizzarria superata solo dal fatto che il bar condivide una parete con la stazione di polizia ‘Ledra’. A separare i due ingressi, si fa per dire, una voliera con un grande, variopinto pappagallo: cioè? Ho idea che il pappagallo sia lì a ‘rubare’ i commenti dei clienti o forse solo dei passanti giacché di sera quelli del bar, mentre fanno un’attenta pulizia della voliera, parlano col pappagallo, mentre i poliziotti lanciano commenti, forse salaci, perché tutti ridono. Eh, sì, il Bar Roma è un’esperienza di vita: Marlene, pardon, la fanciulla del servizio alla richiesta di una spremuta d’arance mi lancia uno sguardo altero e fa un cenno misterioso apparentemente verso il nulla, ma intanto un tale seduto all’angolo opposto si alza e va a prendere le arance sull’albero del retro. Non devono essere molti i devoti alle spremute: in verità, tutti bevono profumati caffè. Caffè greco, s’intende, che non è né vuole essere una rapida (espressa?) sferzata di poche, saporose gocce nere, ma un elogio alla sacra lentezza: un lungo abbraccio al sapore pastoso dei grani di caffè che vanno a riposare sul fondo della tazza.
Potrei restare qui tutto il giorno a guardare, inebriarmi dell’aroma intenso di caffè e spezie varie che aleggia nell’aria, ma un Museo mi chiama, imperiosamente. Devo andare …
*Presidente Unesco di Caserta
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