04 Ago 99 anni, Napoli. Ed il meglio deve ancora venire
di Gennaro Mazza*

Il primo agosto 1926 nasce ufficialmente la Società Sportiva Calcio Napoli. Novantanove anni fa.
Ma in realtà, il calcio a Napoli aveva già messo radici da tempo: fin dal 1905, quando un gruppo di marinai inglesi e appassionati locali fondò il Naples.
Ci fu una scissione nel 1911 (i giocatori stranieri fuoriuscirono fondando l’Internazionale), per poi ricostituirsi nel 1922 quando nacque l’Internaples, che nel 1926 prese il nome definitivo di Napoli.
Alla guida di quel Napoli c’era Giorgio Ascarelli.
Da quel momento, da quando “Napoli” entrò nel nome della società, la incarnò a tutti gli effetti.
𝗡𝗮𝗽𝗼𝗹𝗶 𝗲 𝗶𝗹 𝗡𝗮𝗽𝗼𝗹𝗶: 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮.
Il 1926 fu un anno simbolico anche per un altro motivo: il calcio italiano superava finalmente la divisione tra nord e sud con la Divisione Nazionale, il primo campionato nazionale con due gironi da 10 squadre. Nel 1929 sarebbe poi arrivato il girone unico, formula tutt’ora presente.
Ma che Napoli era quella in cui nacque il Napoli?
Lo ha raccontato magistralmente Mimmo Carratelli in un vecchio libro: uno spaccato vibrante, lucido, denso di fascino. Una città che, pur tra mille contraddizioni, era viva. Una capitale culturale e sociale in tutto e per tutto.
Carratelli ci racconta che Napoli, nel 1926, era l’unica città italiana con più di mezzo milione di abitanti. Roma ne aveva 380mila, Milano appena 400mila.
Ed era già una metropoli pienamente europea, con relazioni commerciali e culturali internazionali.
Nel porto attraccavano navi da tutto il mondo e si incrociavano accenti inglesi, svizzeri, francesi, belgi. Gutteridge, Codrington, Forquet: erano nomi noti, scritti sulle insegne di negozi e agenzie.
C’erano almeno otto teatri in piena attività. Il San Carlo e il Bellini per la lirica. Il Politeama, il Sannazaro, il Mercadante, il Nuovo, il San Ferdinando per la prosa, l’umorismo, il varietà.
Il Sannazaro sarebbe diventato casa dei De Filippo. Eduardo e Peppino iniziavano a farsi strada, Totò aveva 28 anni.
Al cinema si piangeva e si sognava con Francesca Bertini e Lyda Borelli.
Al Vomero, in via Solimena, la 𝗟𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗙𝗶𝗹𝗺 – una delle prime industrie cinematografiche italiane – produceva pellicole amate in tutta la penisola.
E non c’era solo il teatro. Napoli fu tra le prime città d’Italia ad avere una 𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗼𝗳𝗼𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗲.
Nel 1926, in ottobre, cinque stanze all’ultimo piano di un palazzo in via Cesario Console iniziarono a trasmettere sulla frequenza 333,3.
Ernesto Murolo, al microfono, raccontava la città e cantava canzoni napoletane.
C’erano radiocronache dall’ippodromo, dai locali da ballo, e abbonarsi alla radio costava 8 lire e 75 centesimi.
A Santa Lucia si affacciavano gli yacht dei circoli nautici, luoghi in cui si ballava, si scriveva, si leggeva, si discuteva. La sera, al Salone Margherita, si assisteva agli spettacoli delle sciantose. Il giorno, tra i vicoli, si incidevano dischi da 78 giri con le voci di Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello.
Lì accanto, negli studi della 𝗣𝗵𝗼𝗻𝗼𝘁𝘆𝗽𝗲 𝗥𝗲𝗰𝗼𝗿𝗱, nasceva la prima casa discografica napoletana. E poi c’erano i posteggiatori, i violinisti, i mandolinisti “d’oro”, le soubrette che ballavano la ramba nei caffè-chantant.
Nel cuore culturale della città pulsavano le firme e i volti che avrebbero scolpito la memoria italiana:
- 𝗕𝗲𝗻𝗲𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗖𝗿𝗼𝗰𝗲, filosofo di riferimento, aveva 60 anni;
- 𝗦𝗮𝗹𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗗𝗶 𝗚𝗶𝗮𝗰𝗼𝗺𝗼, poeta dell’anima napoletana, ne aveva 66;
- 𝗠𝗮𝘁𝗶𝗹𝗱𝗲 𝗦𝗲𝗿𝗮𝗼, la penna più amata d’Italia, ne aveva 70;
- 𝗩𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘇𝗼 𝗚𝗲𝗺𝗶𝘁𝗼, lo scultore, era un monumento vivente a 74 anni;
- 𝗘𝗱𝘂𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗗𝗲 𝗙𝗶𝗹𝗶𝗽𝗽𝗼 era un giovane di 26 anni che scriveva già capolavori;
- 𝗥𝗮𝗳𝗳𝗮𝗲𝗹𝗲 𝗩𝗶𝘃𝗶𝗮𝗻𝗶, 38 anni, raccontava la Napoli più dura e vera con i suoi canti di malavita e le sue commedie taglienti.
Era una Napoli piena di 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮𝘁𝗶:
una delle prime accademie di scherma d’Italia, due medaglie d’oro olimpiche vinte da atleti napoletani (Renato Anselmi della Canottieri); un’intensa vita editoriale con almeno una 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗻𝗮 𝗱𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶 stampati, dal “Mattino” al “Roma”, da “Il Mezzogiorno Sportivo” al settimanale “Vaco ‘e pressa”, dove nacque il primo disegno del ciuccio.
Il Napoli, intanto, perdeva le prime partite. Era ultimo in classifica.
Ma la fiamma si era accesa.
Al Bar Brasiliano in Galleria si discuteva di calcio, di futuro, di sogni.
Quei sogni che oggi, 99 anni dopo, sono ancora qui.
Ne abbiamo viste intanto di tutti i colori. Retrocessioni e scudetti.
Fallimenti e rinascite. Abbiamo celebrato e pianto Maradona.
Abbiamo cantato “’O surdato ’nnammurato” nei campetti fangosi di Serie C e nei maggiori stadi europei.
Siamo caduti e ci siamo rialzati come la stessa città, piegata da calamità naturali, piaghe sociali e abbandono politico, e illuminata da bellezza, cultura, storia e dannata voglia di rimostrare al mondo il suo lato più vivo e più bello.
Napoli, come il Napoli, resiste. Sempre.
E quella fiamma, accesa 99 anni fa, brucia ancora.
𝗔𝘂𝗴𝘂𝗿𝗶, 𝗡𝗮𝗽𝗼𝗹𝗶. 𝗣𝗲’ 𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁’𝗮𝗻𝗻𝗲, 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗮 𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗮 𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲.
Che il meglio deve ancora venire.
E questo è il mio primo articolo per le Letture al Caminetto.
Buona Lettura a Tutti.
*Prof Avv -Direttore S.F.G. Scuola Forense di Grafologia di Napoli
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