Artisti Pittori e la “COMPAGNIA DELLA MORTE” a Napoli

Artisti Pittori e la “COMPAGNIA DELLA MORTE” a Napoli

di Gennaro Mazza*

 

 

 

 

Dimenticate la Napoli di oggi… siamo nel 1647.

Immaginate di camminare tra i vicoli di Napoli.

Questa volta l’odore del mare non è sostituito da quello della frittura al quale oggi vi siete abituati . Il caos è sempre lo stesso ma questa volta le botteghe sono semivuote, le tasse imposte dal governo spagnolo soffocano il popolo, la fame cresce, i mercati sono sempre più vuoti, la fame cresce, la voce di Masaniello ha incendiato gli animi,  i soldati spagnoli controllano ogni angolo e la città vive in un clima di paura e rabbia

La città è sul punto di esplodere.

I volti delle gente sono segnati dalla fame, l’ingiustizia pesa come un macigno e la città trattiene il respiro.

Napoli vive uno dei momenti più drammatici della sua storia.

È proprio in questo scenario di grande fermento culturale, politico e anche religioso, che nasce una delle storie più affascinanti e misteriose del Seicento napoletano.

Una storia che non ha come protagonisti soldati ,generali, principi o cavalieri, ma… pittori. Pittori che, di notte, posano i pennelli, impugnano la spada e scendono in strada.

Una gruppo di artisti abili con la spada che avevano tra di loro un grande filo conduttore : quello di appartenere ad una sorta  di società’ segreta destinata a passare alla storia con un nome inquietante: la Compagnia della Morte.”

Il fondatore, secondo quanto a noi tramandato dallo storico settecentesco Bernardo De Dominici, nel suo libro, con il suo studio delle storie dei pittori napoletani, fu il grande artista  partenopeo  Aniello Falcone, uno dei più grandi pittori di battaglie del Seicento. Si racconta che, dopo aver perso un caro amico ucciso da soldati spagnoli e aver visto la propria bottega devastata, decise di reagire. Non con una denuncia. Non con la fuga. Ma organizzando un gruppo di artisti abili con la spada , pronti a vendicare i soprusi subiti dal popolo napoletano.

L’obiettivo era colpire gli oppressori e dimostrare che Napoli non si sarebbe mai piegata completamente al dominio straniero.

Tra i suoi membri, la tradizione vuole che ci fosse Salvator Rosa, pittore, incisore, poeta e filosofo, uno spirito ribelle, inquieto e anticonformista, famoso tanto per il suo talento quanto per il suo carattere impetuoso. Perfetto quindi per un’avventura che univa l’arte alla lotta di strada.

È forse il personaggio che meglio incarna l’immagine romantica dell’artista-guerriero.

E poi Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, perchè da piccolo lavorava nella bottega del padre che costruiva spade.

Il suo soprannome, “Spadaro”, non era casuale. Proveniva infatti da una famiglia di antichi fabbricanti di spade. I Gargiulo, era storicamente legata alla produzione di spade e l’ artista che contribui con il proprio talento, a far si che il Seicento divenisse il secolo d’oro della pittura napoletana, portava quindi  nel sangue la conoscenza delle armi: non solo le spade le rappresentava sulle tele, ma sapeva come maneggiarle.

Un dettaglio che rende ancora più affascinante questa leggenda che vede coinvolti i  più importanti esponenti della pittura napoletana del seicento.

Tra i nomi che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbero orbitato intorno a questo ambiente compare anche Mattia Preti, il grande pittore calabrese che lavorò a lungo nel Regno di Napoli. Non esistono prove certe della sua appartenenza alla Compagnia della Morte, ma la tradizione lo colloca spesso accanto a Falcone e agli altri protagonisti di questa vicenda.

Ed infine  lo stesso Aniello Falcone, allievo di di Ribera e artista molto noto e ricercato dai maggiori collezionisti napoletani del tempo  grazie alla sua pittura di battaglie che fu un genere di grande successo nella Napoli del ‘600.

Nella sua bottega si formarono gli stessi Micco Spadaro e Salvator Rosa.

Questo gruppo di giovani meravigliosi artisti di giorno esponevano la loro arte pittorica e la notte, armati di tutto punto, si trasformavano in terribili spadaccini che girando per la città uccidevano quanti più spagnoli possibili incontravano, finendo per diventare per i soldati spagnoli un vero e proprio incubo.

Noi purtroppo ancora oggi , non sappiamo quanto di questa storia sia vero o leggenda, ma a Napoli si racconta che questi artisti uscissero armati per proteggere la gente dai soprusi dei soldati

Su di loro probabilmente , aleggiava  il fantasma di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Anche lui aveva vissuto a Napoli. Anche lui era noto per portare sempre una spada al fianco, per il suo carattere violento, per le risse, i duelli e perfino un omicidio che lo costrinse alla fuga. La sua vita contribuì a creare il mito dell’artista inquieto, capace di trasformare la violenza in arte. Fu lui a incarnare per primo il modello dell’artista-guerriero, un’influenza che permeò profondamente l’intera scuola pittorica napoletana.

Quanto di questa narrazione sia documentato e quanto sia stato abbellito dal mito è difficile stabilirlo con certezza.

La principale fonte di questa storia è Bernardo De Dominici, che scrive quasi un secolo dopo gli eventi. Alcuni studiosi ritengono che abbia romanzato diversi episodi della vita degli artisti napoletani, mescolando fatti realmente accaduti con racconti tramandati oralmente.

Eppure, la storia di questi artisti che pattugliavano armati i quartieri per proteggere la gente comune è sopravvissuta nei secoli, diventando parte dell’identità culturale della città.

Una società segreta composta da pittori e artisti che, oltre a saper usare il pennello per dipingere con un realismo brutale le battaglie della vita e della storia, erano abilissimi anche con la spada per combattere di notte i soldati spagnoli ed i vari vicerè che si susseguivano e si comportavano come dominatori, spogliando implacabilmente il territorio di tutte le risorse possibili, sia quelle umane sia quelle economiche con dazi e gabelle che favorivano solo l’aristocrazia cittadina, il clero e il popolo” grasso”, a danno dei poveri .

La Compagnia della Morte è una storia che continua a emozionarci dopo quasi quattro secoli … e’ qualcosa che nonostante possa essere da alcuni considerata una  leggenda , conserva a distanza di secoli , intatta ancora tutto il suo fascino.

Forse perché  racconta perfettamente lo spirito di una Napoli che nonostante tutto non si arrendeva.

*Prof. Avv.-Direttore Scuola di Grafologia Forense di Napoli