GIAMBATTISTA VICO, PERSONAGGIO NAPOLETANO DIMENTICATO

GIAMBATTISTA VICO, PERSONAGGIO NAPOLETANO DIMENTICATO

di Gennaro Mazza*

 

 

 

 

Il 23 giugno del 1668 nasceva a Napoli Giambattista Vico.

Non un re. Non un generale. Non un santo. Non un calciatore, ma qualcosa di assai più raro: un uomo che pensava.

Nacque un filosofo.

Può sembrare una precisazione banale, ma nella Napoli contemporanea rischia quasi di apparire una stranezza.

La circostanza meriterebbe forse una celebrazione pubblica, qualche convegno affollato, una folla di studenti lungo Spaccanapoli, una processione laica di lettori della Scienza Nuova.

Invece il compleanno di Vico trascorre quasi sempre come passano le cose importanti nella nostra città troppo abituate alla propria grandezza: in silenzio.

Non tutti  infatti sanno che nel cuore del nostro centro storico, al numero 31 di Via San Biagio dei LibraI, in quello che viene da tutti considerato uno degli epicentri del turismo di massa napoletano, nacque  uno dei più grandi filosofi europei dell’età moderna

In questo luogo oggi ogni giorno migliaia di turisti percorrono quelle stesse pietre consumate dai secoli. Fotografano balconi, bassi, panni stesi, altarini votivi, pizze fumanti e spritz variopinti. Alcuni cercano il folklore, altri l’autenticità, molti semplicemente una buona connessione internet.

Pochissimi cercano Vico.

E non è colpa dei turisti.

La verità è che la nostra città possiede un talento particolare: produrre geni e poi lasciarli pazientemente sedimentare nella memoria collettiva fino a trasformarli in nomi di strade, targhe scolorite o citazioni per concorsi pubblici.

Per una curiosa forma di ingiustizia storica, il grande Gianbattista Vico  è probabilmente uno degli autori più importanti della cultura europea e contemporaneamente uno dei meno celebrati dalla nostra città . Nonostante abbia elaborato una visione della storia che anticipa discipline moderne come la sociologia, l’antropologia culturale e la filosofia della storia, il suo nome continua a evocare soprattutto solo qualche ricordo scolastico sbiadito.

Napoli per abitudine dimentica i suoi uomini illustri e purtroppo anche il nostro centro storico  che ha  dato i natali a questo grande personaggio segue questa regola . 

Nessuno ricorda che fu da una stanza angusta del nostro centro storico che uscì uno degli intellettuali più importanti della storia italiana.

Nessuno ricorda che fu nella stretta strada di San Biagio dei librai che inizio’ la storia di quell’uomo che avrebbe elaborato la Scienza Nuova.

A nessuno forse interessa che il figlio di un modesto libraio, divenne poi l’uomo che avrebbe insegnato all’Europa che la storia non è una successione casuale di eventi ma il prodotto dell’azione umana.

Forse a nessuno fa piacere sapere che quel giovane ragazzo che visse in questo luogo  in una piccola bottega dove vivevano dieci persone e dove lui trascorse i primi ventuno anni della sua vita studiando instancabilmente tra libri, sacrifici e ristrettezze economiche, divenne poi l’uomo che avrebbe influenzato generazioni di studiosi, fino a Benedetto Croce, che di Vico fu uno dei più appassionati interpreti.

E’ una cosa triste a da dire ma nei nostri decumani

la casa natale del filosofo sopravvive quasi nascosta.

A ricordarla vi è una lapide fatta collocare proprio da Croce durante gli anni della Seconda guerra mondiale.Una lapide discreta, mortificata dal degrado, circondata da condizionatori, cavi e intonaci sconnessi.

Oggi mgliaia di persone passano davanti a quel luogo ogni giorno. Quasi nessuno si ferma.. Quasi nessuno sa.

E la sorte riservata alla sua memoria diventa ancora più amara osservando ciò che accadde dopo la sua morte.

Nella vicina Chiesa dei Girolamini una lapide ricorda che lì furono deposti i suoi resti mortali.Ma pochi sanno che il corpo di Vico non riposa dietro quella pietra.Le sue ossa finirono infatti nella fossa comune del complesso religioso.

E l’ironia tragica della vicenda di Vico, nato nel luogo oggi più affollato del turismo di massa e finito addirittura disperso in una fossa comune.

Sembra una metafora perfetta.

L’uomo che spiegò al mondo il valore della memoria storica è stato progressivamente cancellato dalla memoria materiale dalla  sua stessa città.

Eppure Vico resta straordinariamente attuale.

Anzi, forse non è mai stato così attuale.

Perché il cuore della sua riflessione consisteva proprio nell’invito a guardare oltre la superficie delle cose.

Vico cercava sempre il significato profondo che aveva generato quelle forme.Era un archeologo della memoria.Un esploratore delle civiltà.Un urbanista della storia prima ancora che esistesse l’urbanistica.

Chissà cosa penserebbe oggi passeggiando lungo Spaccanapoli, il nostro vecchio filosofo .

B&B, affittacamere, case vacanza, tavolini che avanzano sui vicoli, spritz a due euro, cuoppi fumanti di zeppole e panzarotti , pizze a portafoglio, sfogliatelle, babà, kebab, chioschi di limonate a cosce aperte , negozi di souvenir rigorosamente prodotti dall’altra parte del mondo e l’immancabile repertorio di slogan turistici: “Vedi Napoli e poi muori”, “Napoli è mille colori”, “Quanto è bella Napoli”.

Probabilmente sorriderebbe davanti a questa  vitalità della città.

Ma forse si domanderebbe anche come sia possibile che una comunità capace di generare uno dei più grandi pensatori dell’età moderna finisca talvolta per raccontare se stessa quasi esclusivamente attraverso menù, aperitivi e slogan.

Forse si domanderebbe come mai un antico luogo della nostra città come i decumani che per oltre venticinque secoli ha prodotto arte, filosofia, letteratura, architettura, musica e pensiero finisce per raccontare quasi esclusivamente ciò che si mangia e ciò che si beve.

Forse penserebbe che sarebbe sufficiente fermarsi un momento davanti alla sua casa natale e domandarsi se il centro storico di Napoli voglia continuare a essere soltanto un gigantesco menù turistico o tornare ad essere anche ciò che è stato per secoli: uno dei più straordinari luoghi di produzione del pensiero della civiltà europea.

Magari penserebbe che il nostro centro storico in questa maniera rischia lentamente di trasformarsi da luogo della memoria a gigantesca area di consumo turistico.

Immaginate il povero filosofo nel non sentire più  nell’aria degli antiche decumani e cardini greco-romani quel secolare odore del mare oggi  ormai sopraffatto durante il giorno dalla persistente fragranza dell’olio fritto e durante la notte da effluvi decisamente meno poetici.

E allora una domanda sorge spontanea.

Davvero ci piace una Napoli ridotta a questo?

Perché il centro storico di Napoli non è diventato Patrimonio Mondiale dell’Umanità per la qualità delle sue fritture, per il numero degli spritz venduti o per la quantità di calamite esposte nelle vetrine.

Nel 1995 l’UNESCO lo ha inserito nella lista del Patrimonio Mondiale perché «una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua lunga e importante storia».

La lapide collocata a Piazza del Gesù lo ricorda con parole ancora più significative:

“Si tratta di una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale.”

È una definizione straordinaria.

Tra le grandi città del pianeta, Napoli è stata riconosciuta come un luogo unico perché ha conservato quasi integralmente il proprio impianto urbano greco, continuando per oltre duemila anni a stratificare civiltà senza cancellare le tracce del passato.

Un miracolo storico e urbanistico.

O almeno lo era.

Perché una città può perdere la propria identità anche senza demolire i suoi monumenti.

Può perderla quando dimentica il significato di ciò che possiede.

Ed è qui che entra in scena Giambattista Vico: la storia non è una successione casuale di eventi ma il prodotto dell’azione umana.

A trecentocinquantotto anni dalla sua nascita, il vecchio filosofo continua a passeggiare invisibile lungo Spaccanapoli. Passa accanto ai tavolini affollati, alle file davanti alle pizzerie, ai gruppi guidati dagli ombrellini colorati. Osserva tutto e prende appunti.

Aspetta ancora che qualcuno si accorga di lui.

Non si aspetta  di celebrare il suo compleanno con una confrenza accademica organizzata in quel luogo o magari  nel veder deporre una corona dinanzi alla sua vecchia casa.

Per lui basterebbe solo  recuperare uno sguardo… un ricordo .

 BUON COMPLEANNO mio caro Giambattista Vico.

Napoli ti ha dato i natali, l’Europa ti ha studiato, il mondo ti ha riconosciuto.

Adesso sarebbe bello che anche la tua città si fermasse, almeno per un giorno, a rileggerti.

 

*Prof Avv.-Direttore Scuola di Grafologia Forense di Napoli